La comunicazione istituzionale è morta

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B2B o B2C non fa più differenza: ha vinto lo storytelling. 

La comunicazione istituzionale è mortaIn questi ultimi due anni mi sono trovato spesso a dover spiegare e motivare ai miei clienti, come una comunicazione (prettamente) istituzionale sui social media non riesca più a far breccia nell’attenzione delle persone.

Molti di loro hanno colto questo aspetto fin dai primi appuntamenti, perché già frequentatori di questi salotti, altri sono stati convinti dai scarsi risultati prodotti dalle loro idee.

La tendenza è questa: raccontare il brand, esprimendone l’esperienza.

Perché ha vinto lo storytelling

Partiamo da un presupposto, come riporta anche il buon Skande nel suo ultimo libro: “i social network sono fatti di persone e per le persone”.

Perciò, come può un’azienda oggi provare ad imporsi fra l’utenza, se va ad esporsi tipicamente con uno stile commerciale? Il pubblico non è stupido, capisce che si sta provando a vendergli qualcosa, e di conseguenza va a spostare subito la sua attenzione su altro.

Se il cliente non vuole abbandonare le sue convinzioni, l’unica soluzione è andare ad arricchire e rinforzare la comunicazione istituzionale che desidera per il suo brand. Ok quindi alla professionalità, ma facciamo trasparire umanità.

Eccone alcuni esempi:

  • consideriamo nel piano e calendario editoriale consigli post vendita
  • doniamo risposte e soluzioni ai problemi comuni del prodotto
  • evidenziamo la conoscenza del settore, senza scendere in una auto celebrazione
  • mostriamo il viso dei dipendenti in occasioni particolari (come compleanni, feste..) rendendoli protagonisti della strategia adottata
  • diamo trasparenza all’affiatamento del team fra i contenuti
  • quando possibile inseriamo immagini/video/status che possano far leva sull’emozionalità
  • rispondiamo sempre a commenti e messaggi e, ove possibile, mettiamo un bel sorriso (smile) per far capire che dietro a quell’account aziendale c’è una persona
  • coinvolgiamo l’organico; è importante far comprendere a tutti i componenti quanto una loro semplice e naturale condivisione, possa portare ulteriore visibilità e possibilità di crescita dell’azienda per cui lavorano, garantendosi di conseguenza un posto di lavoro

Cosa può (anche) fare bene alla comunicazione

La scorsa settimana mi ha colpito molto questo post che ho potuto leggere sul blog di Makkie. In particolare ho apprezzato e assolutamente condiviso quello che (anche io) sostengo da tempo, ovvero: “L’immagine di un brand non deriva solo dalla sua storia, dal suo portfolio, dalla location o dal sito web corporate, ma anche dalla comunicazione che producono i suoi dipendenti sui vari social media.”

Sempre più aziende vivranno e sopravviveranno grazie alle loro brand reputation. Se i dipendenti non comprenderanno l’importanza di una buona cura e mantenimento del proprio profilo anche sui loro account personali, potranno non giovarne loro stessi ma anche l’immagine del marchio.

Il mondo è cambiato, tutto è raggiungibile da tutti grazie ad una semplice ricerca. Dobbiamo esserne consapevoli delle nostre azioni, di quello che possono produrre e di ciò che possono comportare.

Leggi anche –> Più educazione digitale per tutti

Il tuo parere?

Questa è la mia esperienza e la tendenza che ho potuto riscontrare in questo paio d’anni. Tu, cosa ne pensi: una comunicazione istituzionale può ancora funzionare?

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About The Author

Classe '83, tenero amante del tortellino in brodo, ex basketball player, tifoso di colori rossoneri, oggi papà e marito. Mi occupo di Social Media Marketing dal 2012 per PMI, aziende e brand pubblici. Dal 2015 mi sono verticalizzato sull'Instagram Marketing. Sono quella persona che siede davanti al computer tra le 8 e le 12 ore al giorno, per curare al massimo il tuo brand.

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4 commenti on "La comunicazione istituzionale è morta"

  1. Noi veramente si faceva fatica a far capire alle aziende anche il senso e il significato della comunicazione “istituzionale”..(intendo le piccole imprese). Ora vai a far capire loro che devono lavorare sul web 2.0, ma che non possono farlo fare al nipote che sta su Facebook..Viviamo strani giorni

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